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Karl Marx, il popolo dei social e i social del popolo.

Karl Marx, il popolo dei social e i social del popolo.

Karl Marx, il popolo dei social e i social del popolo.

La lettura di questo articolo ti ruberà solo 4 minuti

Quando abbiamo chiesto – ipoteticamente – a Marx cose ne pensasse dei social, eravamo pronti a qualsiasi risposta, anche tranchant. Non avendo idea di quanto potesse piacere al vecchio Karl l’invasione social nella nostra vita personale e professionale, davvero non riuscivamo ad immaginare che piega avrebbe preso – ipoteticamente – l’intervista. E invece è andato tutto bene. Anzi, abbiamo avuto uno scambio democratico di opinioni costruttive, soprattutto sul dualismo capitalista-consumatore.

 

In sostanza a Marx i social piacciono, perché:
. costringono la fabbrica (leggi: l’azienda) ad esporsi verso il cliente con contenuti e prese di posizione
. mettono a confronto tutte le fabbriche del mondo e i loro prodotti, impegnandole sempre più a non perdere terreno rispetto alla concorrenza, a beneficio di qualità, prezzo e servizio
. costringono le aziende a mantenere le promesse oltre il puro ritorno commerciale
. aumentano la possibilità di confronto e danno spazio all’opinione pubblica, senza filtri (o quasi) su marche e prodotti
. costringono le aziende a calarsi nel presente dimostrando di avere a cuore nuovi temi sociali e sostenibilità

 

In più, quando le aziende mentono vengono sbugiardate in tempo reale dai loro utenti o dai concorrenti; se adottano linguaggi discriminatori o inappropriati vengono puniti dal mondo web, che amplifica il giudizio negativo danneggiandole anche a lungo termine. Ottimo quindi dal punto di vista del consumatore ma, a ben pensarci, decisamente impegnativo dal punto di vista delle aziende. La marca che decide di aprirsi al mondo attraverso i social deve essere consapevole e presente a sé stessa. Come dire: non è una scelta da fare a cuor leggero anche se, fortunatamente, gli epic fail che si vedevano qualche anno fa sono in netta diminuzione (peccato, alcuni erano davvero divertenti, come quando Melegatti chiosava “ama il prossimo tuo come te stesso purché sia figo e dell’altro sesso” scusa? naaaa).


Prima di tutto i social non sono gratis, anzi. Ogni canale richiede il proprio piano editoriale, ovvero la programmazione di contenuti, visual, hastag e link vari ed eventuali. Definiamo poi “contenuti”: devono essere autentici, interessanti, davvero utili, scritti in un linguaggio che può cambiare a seconda del social, del target, dell’obiettivo di comunicazione. Ogni post è una piccola pubblicità su tutti i quotidiani del mondo, forse non è bene affidarne la gestione all’ultima persona arrivata in azienda tanto cosa vuoi che sia. E poi le regole di Facebook, LinkedIn, Instagram, Youtube, Tik Tok, Twitch, Pinterest… cambiano in continuazione, gli algoritmi che li regolano sono più segreti della ricetta della Coca Cola e per ognuno di loro ci vuole uno specialista.

 

Però è anche vero che attraverso i social un’azienda può sentire il polso dei clienti e, se sa come leggere i dati, può ottenere un’analisi che qualche decennio fa sarebbe costata una fortuna. Perché sui social non si scoprono solo le aziende, ma anche gli utenti e le conversazioni di questi ultimi sono sotto gli occhi di tutti; peccato non approfittarne per modulare al meglio la prossima campagna pubblicitaria, evitando di disperdere energie su temi non fortemente sentiti dal pubblico.

 

I commenti, le domande, le ricerche: l’utente lascia tracce ovunque e dichiara necessità, desideri, aspettative. L’azienda può farsi trovare preparata sia nei confronti di un potenziale cliente, offrendogli ciò che sta cercando, sia nei confronti dei clienti già acquisiti, per capire come fidelizzarli e coinvolgerli in un sellup.

 

Alla fine, i social non sono tanto diversi dai classici mezzi di comunicazione: giornali, radio e TV. Anche loro richiedono creatività, continuità e originalità per consentire all’azienda e al prodotto/servizio di catturare l’attenzione in un mercato affollato di bancarelle di ogni genere, aperte giorno e notte. La differenza sta nella complessità della gestione: se lo stesso spot può funzionare su diversi canali radio e TV, lo stesso post (hei, post è l’anagramma di spot!) non può replicarsi tale e quale su Facebook e LinkedIn. Cambiano i contesti, il pubblico, persino gli orari di frequentazione delle piazze virtuali e dei relativi bar di paese, con il filtro del monitor che consente ai leoni da tastiera di esternare la qualunque, senza che nessuno li mandi cordialmente a quel paese.


Ma torniamo seri e professionali: quali consigli vogliamo dare alle aziende che ancora (ma ce ne sono ancora?) non sono sui social? Andiamo per punti, per amor di sintesi.

. Considerateli un investimento e, come tale, prima di partire valutate obiettivi, costi, vantaggi e risorse necessarie: economiche e di tempo, di pensiero e di analisi, di progetto e sviluppo

. Resistete alla tentazione di affidare questo difficile compito a chi non ha le solide basi che servono non solo per non sbagliare, ma per ottenere risultati a breve, medio e lungo termine

. Date un’occhiata a cosa fa la concorrenza e regolatevi di conseguenza; e se la concorrenza non c’è, può succedere per due ragioni: o voi non la conoscete, oppure non c’è mercato

. Scegliete bene su quali canali aprire la vostra pagina; basatevi sui dati, documentatevi, informatevi, non assecondate la moda del momento, che spesso è una percezione soggettiva, quindi limitata da un punto di vista personale

. La qualità conta sempre più della quantità: aprite solo i canali che siete certi di poter presidiare; se producete sonde per liberare le tubazioni difficilmente otterrete – senza offesa – foto instagrammabili

. Ricordatevi sempre su quale social siete e scrivete di conseguenza; solo noi italiani utilizziamo Facebook come fosse LinkedIn e viceversa; ma siamo pazzeschi anche per questo, in senso buono ovviamente.

 

Bene, sarebbe bello poter concludere con una frase ad effetto tipo “i social sono l’oppio dei popoli” vero Karl? E invece non ci azzecca, perché i social hanno risvegliato coscienze, acceso animi, avviato polemiche feroci, toccato le corde più sensibili di chi ama ii gattini e il kaffèèèè della mattina, spingendo i più premurosi ad augurare al mondo “buon mercoledì!” tutti i maledetti santi mercoledì, a dispetto del mondo. Ma hanno anche portato l’attenzione su temi importanti, che senza i social avrebbero faticato a raggiungere il grande pubblico: pensiamo alla cultura, alla prevenzione, alla solidarietà.

Come dici Karl? Ora devi scappare, hai una diretta su TikTok? Ah ok, mandami il link, grazie.

Autore: Marcello Concetti

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